01.09.2011

Giustizia tardiva per il Tilacino

"Alcuni dei pastori affermano che uno di questi animali uccide centinaia di pecore in un tempo molto breve, ed esistono …[]… notizie che uomini sono stati attaccati da loro ... []"
Gerard Krefft, 1871.

"Il tilacino uccide le pecore, ma limita il suo attacco a una alla volta, ed è quindi in nessun modo distruttivo come un gruppo di cani domestici diventati selvatici o come il Dingo dell'Australia, che causano distruzione in una singola notte. Alte ricompense sono state tuttavia sempre date ai proprietari di pecore per la loro uccisione e dato che oggigiorno ogni pezzo di terra è occupato, è probabile che in alcuni anni quest'animale, talmente interessante per lo zoologo, si estinguerà; e ora estremamente raro, anche nei luoghi più remoti  e meno frequentati dell´isola."
John West, 1850.

Fig.1. Il Tilacino, in una raffigurazione da parte di Joseph Matias Wolf del 1861

Il Tilacino (Thylacinus cynocephalus) era conosciuto durante il XIX secolo sotto vari nomi ai coloni dell´isola di Tasmania: lupo marsupiale, lupo-zebra, iena-opossum, tigre-bulldog, tigre marsupiale, pantera o Dingo della Tasmania - nomi che enfatizzano che l´animale era considerato un pericoloso predatore - soprattutto di pecore, animali importati che costituivano la base dell´economia dell´isola.
Il primo tilacino avvistato dai esploratori europei fu descritto nel 1792 da un marinaio come un "grande cane, di colore bianco e nero e apparenza di bestia feroce". Il primo esemplare ucciso risale a marzo 1805. Ritenuto animale nocivo e pericoloso, fu cacciato senza tregua fino alla seconda meta del XIX / inizo XX secolo, quando i numeri degli animali abbattuti e le taglie pagate diminuirono notevolmente, indicando che la popolazione stava collassando. L´ultimo esemplare confermato morirà il 7 settembre del 1936 nello zoo di Hobart.

Una nuova ricerca (ATTARD et al. 2011) sembra confermare le - al tempo inutili - avvertenze di West che il Tilacino non era un predatore abituale di pecore. La mandibola del muso allungato si poteva aprire con un angolo massimo di 120 gradi - impressionante - ma la struttura era inadatta e troppo debole per attaccare grandi prede. Basandosi su modelli di biomeccanica i ricercatori hanno simulato le forze esercitate sul cranio di Tilacino durante i movimenti di predazione e masticazione. Secondo i risultati ottenuti il Tilacino con il suo cranio allungato e fragile si era adattato per catturare prede piccole e veloci, come specie di opossum o piccole specie di canguro (di cui resti furono ritrovati nel primo esemplare ucciso).

La ricerca potrebbe anche spiegare l´estinzione "improvvisa" del Tilacino nella seconda meta del XIX secolo. Il Tilacino era specie già rara quando la Tasmania fu colonizzata all´inizio del secolo (alcune stime parlano di una populazione di 5.000 individui), la caccia indiscriminata impattó ulteriormente su di una popolazione già ridotta. Il crollo netto nei numeri degli esemplari uccisi (almeno 2.000) nella seconda meta del XIX secolo fu imputato in parte a un'epidemia che colpiva gli animali superstiti, fortemente indeboliti nel loro sistema immunitario da una diminuzione drastica della loro variabilità genetica.

Sulla base dei nuovi risultati e la dieta specializzata del Tilacino si può ipotizzare che anche senza caccia la distruzione dell'habitat e la conseguente diminuzione dell´areale della specie erano sufficienti per portare questo animale all´orlo dell´estinzione. Incapace di adattarsi a nuove prede, in forte concorrenza con altri grandi predatori, come il Diavolo della Tasmania, con una popolazione debole, il Tilacino si estinse nell´arco di pochi decenni, anche se alcuni criptozoologi non vogliono far morire la speranza.


Bibliografia:

31.08.2011

Juramaia sinensis: fossile aiuta a colmare lacuna evoluzionistica

Uno scheletro incompleto ritrovato nella provincia di Liaoning (nord est China) potrebbe rivelarsi un importante tassello per comprendere meglio l´evoluzione dei mammiferi durante il Mesozoico.

Juramaia sinensis
-la "Madre Giurassica dalla China" - è stata descritta dal paleontologo specializzato in mammiferi Zhe-Xi Luo e il suo gruppo di lavoro in un articolo pubblicato recentemente nella rivista "Nature".
L´animale si è conservato in argille della formazione di Tiaojishan, il fossile comprende un cranio incompleto e parte anteriore dello scheletro, la roccia conserva anche impronte di parti molle come per esempio la pelliccia.

Basandosi sulla morfologia delle ossa degli arti conservati e soprattutto dei denti i ricercatori hanno proposto che il piccolo animale possa essere imparentato con i moderni mammiferi placentali, spostando l´avvento di questo gruppo di almeno trentacinque milioni di anni.
Basandosi su cronologie molecolari la diversificazione tra i mammiferi marsupiali e placentali fu postulata a circa 160 milioni di anni fa, ma il mammifero placentale più antico conosciuto finora era la specie Eomaia scansoria (descritta nel 2002 dalla formazione di Yixian) datata ad appena 125 milioni di anni fa. Juramaia ora ha aiutato a colmare questa lacuna.
Il fossile chiarisce anche un altro aspetto importante dell´evoluzione negli antichi mammiferi: Gli arti conservati di Juramaia mostrano primi adattamenti a una vita arboricola, stile di vita che nei mammiferi placentali del Mesozoico avrà un grande successo evolutivo.

Fig.1. Fossile e ricostruzione dello scheletro e aspetto di Juramaia sinensis eseguita da Mark A. Klingler del Carnegie Museum of Natural History. Questo mammifero del Giurassico era di piccole dimensioni, il cranio preservato é lungo appena 22 millimetri (la lunghezza completa é sconosciuta per via delle parti mancanti). Dalla dentatura si presuppone che l´animale si cibava d'insetti e piccoli invertebrati, gli arti sono adatti per una vita arboricola e attiva (da LUO et al. 2011).

Fig.2. Ricostruzione della filogenia dei maggiori gruppi di mammiferi, basandosi sulla morfologia dei molari (che mostrano una cresta per la masticazione basale molto ampia a differenza dei mammiferi Metateri) Juramaia è stata collocata alla base dei mammiferi Euteri (da LUO et al.2011).

Bibliografia:

LUO, Z.-X., YUAN, C.-X., MENG, Q.J. & JI, Q. (2011): A Jurassic eutherian mammal and divergence of marsupials and placentals. Nature 476: 442-445

22.06.2011

Le scienze della terra nelle notizie: tra balena-volpe e il Tyrannosaurus che si é mangiato le cervella

Nonostante il dato di fatto che le scienze geologiche a paleontologiche dovrebbero svolgere un ruolo importante nella nostra società - ricordiamo l´effetto devastante dei terremoti su scala globale, su scala piú locale l´impatto di frane, oppure i ripetuti tentativi del creazionismo italiano di spacciarsi come scienza e di interpretare catastrofi naturali come giudizio divino.
La realtá mediatica é purtroppo spesso molto diversa - le notizie vengono riportate come un miscuglio di ignoranza, mancato interesse e malintesi, oppure adattate per promuovere scopi propri o politici. Leggi qui...

19.02.2011

Il spirito dell´armadillo

Un gruppo di ricercatori ha descrito il resto piú antico finora conosciuto di un genere di armadillo, la scoperta é avvenuta in materiale ritrovato 30 anni fa durante una spedizione in Bolivia e depositato nel museo di scienze naturali di Parigi.
La storia evolutiva del moderno ordine degli xenartri é ancora poco compresa, secondo l´analisi del DNA delle specie moderne la specifica sottofamiglia dei Tolypeutinae, a cui é stata attribuita la nuova specie fossile, si é separata dalle altre famiglie circa 26 milioni di anni fa, ma finora i resti fossili conosciuti raggiungevano al massimo una etá di 12 ai 14 milioni di anni.
All´appello mancavano 15 milioni di anni della storia evolutiva del gruppo, una sorta di linea fantasma che
collegava i rari fossili all´ultimo comune antenato degli armadilli rilevato dalla genetica. Questa mistero ha anche suggerito il nome per il nuovo genere e specie che con 26 milioni di anni raggiunge l´eta sostenuta dai dati genetici - Kuntinaru, che nel dialetto di Aymara, una lingua nativa delle Ande boliviani, significa "Spirito".

Fig.1. I resti fossili di Kuntinaru boliviensis gen and sp. nov., ricoverati 30 anni fa ma riconosciuti importanti solo di recente.

Bibliografia:

BILLET, G.; HAUTIER, L.;MUIZON, de C. & VALENTIN, X. (2011): Oldest cingulate skulls provide congruence between morphological and molecular scenarios of armadillo evolution. Proc. R. Soc. B published online 2 February 2011:doi: 10.1098/rspb.2010.2443

28.12.2010

Homo sapiens da quando?

Secondo il modello in vigore la nostra specie H. sapiens si sviluppó in Africa circa 200.000 anni fa e solo 100.000 anni fa lascio questo continente per diffondersi nell´Asia (la teoria dell´"Out of Africa").
Una scoperta nei sedimenti, datati a 200.000-400.000 anni, della caverna di Qesem in Israele ora potrebbe riscrivere questa ricostruzione.
Secondo la ricerca pubblicata nel "Am
erican Journal of Physical Anthropology" otto denti fossili recuperati dai sedimenti sono molto simili ai caratteri morfologici dei fossili di Skhul/Qafzeh, considerati le piú antiche testimonianze di H. sapiens (ca. 110.000 anni, Israele) al di fuori del continente africano.

Fig.1. Vista di alcuni dei denti recuperati nella caverna di Qesem, datati a 200.000-400.000 anni. La loro attribuzione a H. sapiens al momento é dubbia, se confermata sarebbero i reperti piú antichi della nostra specie al di fuori dell´Africa (immagine da HERSHKOVITZ et al. 2010).

Fig.2. Vista della zona di scavi nella caverna di Qesem, nei pressi di Ha'ayin, ovest di Tel Aviv (Israele) (immagine da AP).

Se confermato, questo potrebbe significare che l´uomo moderno si é sviluppato probabilmente nel Medio Oriente, anziche Africa, prima di quanto si abbia pensato.
Comunque altri esperti, e gli autori stessi della ricerca, sono molto cauti - in alternativa é possibile che i denti siano appartenuti alla linea evolutiva dell´uomo di Neandertal, che si é separata 700.000 anni fa da progenitori di H. sapiens e i cui rappresentanti lascarono l´Africa anche prima. I denti recuperati non bastano per chiarire la questione, i ricercatori ora sperano di recuperare ulteriori fossili dai sedimenti per chiarire definitivamente l´appartenenza di specie.


Bibliografia:


HERSHKOVITZ, I. et al. (2010): Middle pleistocene dental remains from Qesem Cave (Israel). American Journal of Physical Anthropology. Article first published online: 23 DEC 2010 DOI: 10.1002/ajpa.21446

22.12.2010

Novità sugli Ominidi di Denisova

annuncio nel febbraio 2010 di DNA mitocondriale ricavato da un osso fossile dalla Siberia era intrigante: la serie di nucleotidi non coincideva con nessuna delle specie di ominidi che si riteneva popolavano la zona 30.000 anni fa - H. sapiens e H. neanderthalensis.
Dopo i primi risultati si ha proseguito nella ricerca, cercando di ricavare materile genetico del nucleo delle cellule dallo stesso reperto. I ricercatori sono rimasti piacevolmente sorpresi, il materiale recuperato era estremenente puro, 70% del DNA (a differenze di una media di pochi percentili in casi analoghi) puó essere attribuito all´ominidi di Denisova.
Gr
azie al materiale genetico si ha potuto avvalorare l´ipotesi che il nuovo ominide rappresenta un ceppo distinto che si é separato da un progenitore comune con l´uomo di Neandertal circa 300.000 anni fa.
Inoltre paragonando la sequenza di DNA con dati dell´uomo moderno, si ha riscontrato somiglianze con popolazioni indigeni della Papua-Nuova Guinea - Indonesia.
Il modello sviluppato su questi dati assume che l´ominide di Denisova si sia
sviluppato prima nell´Asia centrale da un ominidi migrato dall´Africa. Qui due linee evolutive si sono separate - una ha portata all´uomo di Neandertal che si é concentrato sopratutto nell´Asia occidentale e Europa, l´altra linea evolutiva col tempo si é spostata verso oriente.
La ricerca del DNA ha rilevato un ulteriore reperto fossile attribuito al nuovo ceppo umano, un grande molare, possibilmente di un ominide maschio, ha mostrato una sequenza genetica molto simile a quella del osso di falange esaminato.


Fig.1. Albero filogenetico del DNA mitocondriale analizzato (cliccare sull´immagine per un ingrandimento), in colore grigio i 54 rappresentanti di H. sapiens moderno (di cui un individuo fossile), in blu i 6 individui di H. neanderthalensis e in rosso l'ominide di Denisova, sul lato destro la provenienza geografica del materiale analizzato (da KRAUSE et al. 2010). N.B.: Le immagini sono riprese dalla pubblicazione in risoluzione minore per soli scopi di discussione e didattica.

Bibliografia:


REICH. D. GREEN, R.E.; KIRCHER, M.; KRAUSE, J.; PATTERSON, N. et al. (2010): Genetic history of an archaic hominin group from Denisova Cave in Siberia. Nature 468: 1053-1060
KRAUSE et al. (2010): The complete mitochondrial DNA genome of an unknown hominin from southern Siberia. Nature online publication 24 March 2010: doi:10.1038/nature08976

03.11.2010

Platearostrum hoekmani – un nuovo inusuale delfino pliocenico

Dai sedimenti del Pliocene-Pleistocene affioranti in fondo al mare del nord è stata annunciata la scoperta di una nuova specie della famiglia dei delfini (è stata attribuita preliminarmente ai Globicephalinae), Platalearostrum hoekmani caratterizzata da un rostro a forma di spatola (da cui il nome), la cui descrizione è stata pubblicata dai ricercatori Klaas Post e Erwin Kompanje del Museo di Scienze naturali di Rotterdam nella rivista Deinsea.
I resti parziali del cranio (perlopiù la parte superiore della mandibola sinistra) sono stati recuperati dal fondo marino nel novembre 2008 grazie alle reti usate dalla navi per la pesca di fondo.


Fig.1. Olotipto di Platearostrum hoekmani da POST & KOMPANJE 2010.

La conformazione inusuale della parte anteriore del rostro, ampia e curvata in su, formando una sorta di spatola, e la superficie ruvida dell’ osso, adatta ad attaccare tessuto muscolare, fa ipotizzare che l’ osso sosteneva una grande massa di tessuto.
Mod
erni delfini possiedono una struttura in tessuto di grasso e fibroso nel muso, parte del loro sistema di ecolocalizzazione, usato come lente acustica per focalizzare i loro ultrasuoni, la ricostruzione attuale di Platalearostrum assume in base alla conformazione dei resti scheletrici un melone particolarmente sviluppato, che si estendeva sopra ai lati delle mandibole formando un muso molto “gonfiato”.

Fig.2. Ricostruzione di Platearostrum hoekmani da parte di Remie Bakker pubblicata in POST & KOMPANJE 2010.

Bibliografia:

POST, K. & KOMPANJE, E.J.O. (2010): A new dolphin (Cetacea, Delphinidae) from the Plio-Pleistocene of the North Sea. Deinsea 14:1-14